Leggere Ribelle incontra Laura Bonalumi

Festival e dintorni, Perché consiglieresti questo libro a un amico o a un'amica?
QUESTO ARTICOLO CONTIENE SPOILER

Fuori dalla chiesa, la peggiore bufera di neve che si ricordi.
Dentro la chiesa, sette persone rifugiate e isolate dal mondo.
Una ragazza, una donna, due bambini, un uomo, un prete, un ladro. Tutti hanno perso qualcosa di molto prezioso. Ma nessuno ha perso la speranza di uscire da lì, salvarsi e tornare nel mondo esterno.
Mentre fuori la nevicata non accenna a diminuire, dentro i viveri scarseggiano e ogni decisione può fare la differenza tra sopravvivere e morire.

Inizia così Bianco, romanzo distopico della scrittrice italiana Laura Bonalumi, e credo non ci sia modo migliore per riassumere la tragica ma potente storia raccontata nel libro.

I giovani ragazzi del gruppo Leggere Ribelle hanno avuto l’onore di incontrare, online, la scrittrice milanese. Dopo aver letto il libro Bianco, i ragazzi hanno raccolto moltissime impegnative, pensate, ponderate domande che hanno poi posto all’autrice. Questa ha risposto con considerazioni profonde ed equilibrate, ma sempre un po’ ribelli, caratteristica fondamentale per il nostro gruppo. Ma ora lascio la parola direttamente ai giovani ribelli e alla scrittrice, che vi riporteranno direttamente all’interno della loro appassionante conversazione.

L’incontro inizia con il nostro classico giro di saluti colorati e, dopo una piccola introduzione, si entra subito nel vivo delle domande.

SERY: Come si è sentita quando, dopo aver scritto Bianco, il mondo ha subito un cambiamento simile a quello raccontato nel libro? E com’è nata, invece, l’idea di un romanzo distopico?
Quando ho iniziato a pensare a questo libro ero a Conegliano Veneto e questa storia è arrivata a me dopo un fermo della scrittura. Non sono una scrittrice diligente, ho bisogno di sentire la scrittura che spinge per cominciare a battere sui tasti del computer. A Conegliano Veneto stavo quindi osservando i ragazzi di Friday for Future che manifestavano, poi alla sera in albergo in tv davano il film The day after tomorrow, che parla di una glaciazione della terra. Ho collegato le due cose. Sono molto attenta ai segni, alle coincidenze. Lì è nata l’idea di abbinare la mia preoccupazione per la nostra terra e la mia passione per la neve.
Quando comincio a pensare a una storia vedo in giro segni che parlano di quell’argomento e mi convinco che la storia è giusta. Bianco non l’ho scritto durante la pandemia, ma prima. Forse è stato un allarme nella mia testa che mi faceva pensare che qualcosa sarebbe successo, la mia grande preoccupazione per la Terra si faceva sentire. Ho pensato Magari ora qualcuno starà a sentire la nostra Madre Terra, che come sapete dà tanto ma toglie altrettanto. E quando toglie, lo fa in maniera esorbitante.

SOFF: Con questo libro vuole dare un messaggio di avvertimento o di speranza? Alla fine, i protagonisti incontrano altre persone, ma non ci sono evidenti segni che la neve si possa sciogliere presto.
Non c’è un happy ending, è vero. Le storie che scrivo hanno tendenzialmente un finale aperto perché il lettore può decidere se continuare la storia, e come continuarla, in base a ciò che ha provato leggendola. Per questo lascio sempre un finale un po’ sospeso. C’è sempre la speranza, ovviamente. Anche se mi accorgo di trattare di temi pesanti cerco di lasciare sempre la speranza perché è ciò che ci fa muovere. Voi giovani siete la speranza. Io, infatti, ho chiuso questo libro porgendovi le mie scuse, perché noi che siamo più adulti dobbiamo ammettere di non aver mai pensato alla Terra, ma abbiamo cercato solo di produrre profitto illudendoci che questo profitto fosse benessere. Questo libro non è proprio un avvertimento, ma una luce in più su questo problema che ci riguarda davvero tutti.

WIKI: Perché, in tutti gli altri suoi romanzi, la neve mostra il suo “lato buono” e in Bianco c’è invece una neve che uccide, una neve fredda, più maligna?
Come ho detto prima, Madre Natura può diventare matrigna: terremoti, uragani, quando Madre Natura alza la voce.  C’è un doppio lato della natura, una doppia faccia: è l’unico modo che essa ha per farsi sentire, affinché noi prestiamo attenzione a ciò che le stiamo facendo. Quindi sì, anche la mia amata neve può trasformarsi, per ricordarci quando ci stiamo comportando male.

REAL: Nel romanzo la protagonista evidenzia spesso il fatto che si sente come se la natura l’avesse tradita. Questo rapporto con la natura che significato ha per lei?
È il mio rapporto con la natura: l’amore e la paura che io nutro verso Madre Terra. Da una parte mi spaventa, ma penso che sia proprio la voce della natura che ci comunica che qualcosa non va, che ci stiamo facendo male. Tutti questi eventi naturali catastrofici vogliono richiamare la nostra attenzione. Vi sarete accorti anche voi che durante il lockdown i cieli erano diversi, a Venezia si vedevano i fondali, i cerbiatti scendevano a valle. La natura ci ha mostrato come si potrebbe vivere, come potrebbe essere. Il sentimento di tradimento, però, non lo provo verso la natura, ma verso noi stessi, che non l’abbiamo curata e ve l’abbiamo lasciata ferita.

MERI_NGA: Nelle prime pagine, durante una conversazione tra la protagonista e Davide, lei parla di come, davanti alla mancanza delle cose più grandi, la presenza di quelle minori non ha valore. Durante tutto il racconto, però, viene messo in evidenza il fatto che ciò che prima era considerato futile acquista, in un contesto in cui manca il necessario, una grande importanza. Quale crede sia il pensiero più emergente nel libro, così come nella nostra vita?
È una bellissima osservazione: il valore delle piccole cose. Ho sempre cercato di gioire per le piccole cose: guardare un film, mangiare la pizza, andare a trovare la zia o il compagno. Durante questo lockdown, che è simile a quello avuto dai protagonisti, mi sono accorta di come le piccole cose tornassero importanti: una partita a carte, fare i puzzle insieme. Durante la pandemia non ho scritto nulla e ho letto pochissimo, ma mi sono dedicata a cose che non faccio normalmente. Ritrovare il piccolo negozio sotto casa, che magari ti era sfuggito per la fretta di fare la spesa. Ricordarsi, parlarsi, dirsi come si sta, come si vive questo momento. La velocità ti fa perdere il panorama, il nostro viver così veloce ti fa perdere il valore delle cose. Rallentare, osservare, sono momenti fondamentali che mi piacerebbe tornassero. Cerco sempre di raccontare di questo. Quando si va veloci i particolari sfuggono. Le persone invece le si riconoscono dalle piccole cose. Voi siete un piccolo gruppo, voi siete un gruppo prezioso.

FEDEROS: Ho notato che il carattere di Isabella è descritto in modo molto preciso, soprattutto il suo rapporto con la religione. Ha preso spunto da persone che conosce per inventare il personaggio?
I personaggi li descrivo poco fisicamente, ma più caratterialmente, come hai giustamente notato. Poi, però, i personaggi me li creo fisicamente nella mente o cercando immagini. Per Isabella pensavo alla Katniss di Hunger Games con questa lunga treccia, la sua decisione e una volontà di ferro. Mi tengo queste immagini e poi ci abbino delle caratteristiche di persone che conosco, vari tratti di personalità. Mi concentro molto sul carattere, identifico i personaggi a livello caratteriale: la debolezza di Miriam, la forza di Davide… Ognuno ha una definizione propria del suo carattere.

SERENABOOK: La morte, in questo libro, viene quasi consacrata mentre di solito è un argomento di cui è difficile parlare, come mai questa scelta?
Io parlo spesso di morte, perché purtroppo nelle nostre vite sarà capitato a tutti di dover salutare qualcuno. Ho cercato di parlare del fatto della morte per far parlare tra di loro i protagonisti, affinché raccontassero il dolore quando si ritrovano a perdere qualcuno. La tragedia della neve, il gesto di Don Pietro, il tentativo di Miriam di far addormentare i gemellini. Ho parlato della morte cercando di darle il giusto valore perché è parte delle nostre vite, una situazione con cui dobbiamo convivere. Ne parlo affinché, quando capita a qualcuno di noi, si trovi il coraggio di parlarne. Quando provo dolore e lo tengo tutto per me, questo diventa molto forte. Se provo invece a condividere questo dolore… Se riesco a raccontare a te il mio dolore e tu mi stai ascoltando è come se il mio dolore diventasse un po’ più piccolo perché tu te ne stai facendo carico e di conseguenza mi stai aiutando. E’ vero, la morte è una parte molto negativa della nostra vita, ma è una parte della nostra vita molto presente.

REAL: Nel libro tratta temi difficili come quello del lutto, secondo lei è giusto parlare con i giovani di tutte le emozioni, anche quelle più negative?
Sì, penso proprio di sì. Credo che con voi ragazzi si possa e si debba parlare di tutto, con i dovuti modi e mezzi. Ovviamente e soprattutto perché voi giovani siete più bravi a gestire alcune situazioni. La vostra purezza e visione della vita non condizionata è più propensa a trovare soluzioni, ragioni e metodi di comprensione. Due anni fa ho perso la mia migliore amica, proprio mentre ricevevo un premio per un libro che parlava della perdita di un amico. In quel momento ne ho parlato con i ragazzi che erano con me e parlarne con loro mi ha aiutato, mi ha fatto sentire meglio. Parlare di tutto con voi nel modo giusto, senza forzare o provocare reazioni incandescenti, è indispensabile. Dobbiamo parlare di queste cose nel modo che meritano. 

WIKI: Mi ha colpito molto il fatto che Miriam, a un certo punto, pensasse di avvelenare Anna e Luca, e mi sono chiesta se ha pensato molto o poco a come creare questa disperazione che divora da dentro e che non lascia pace.
Tracciare il canovaccio di una storia è un’esperienza molto personale, che cambia man mano che si scrive. Sono i personaggi stessi che ti portano verso determinate strade: per esempio, il tentativo di Miriam inizialmente non lo avevo pensato, ma poi ho capito che dovevo mostrare in qualche modo quella disperazione e quel dolore enorme e inqualificabile che lei non riusciva a raccontare e che io non riuscivo a raccontare con le parole. Ho deciso quindi di farle compiere questo gesto estremo per raccontare il suo dolore. La disperazione che ti fa mettere in atto dei gesti estremi.

VIC: Nel libro tutti hanno perso qualcuno. Tutti però trovano qualcun altro di cui prendersi cura. Sembra un romanzo anche sul prendersi cura, di sé stessi e degli altri. Giusto?
È giusto dire che questo è un libro sul prendersi cura di altri. Come quando si racconta del proprio dolore, è una condivisione e una cura reciproca. Quando racconti a qualcuno il tuo dolore, te ne liberi. Allo stesso tempo prendersi cura di un’altra persona è prendersi cura di se stessi, un modo per volersi bene. Capire il dolore degli altri ti fa capire di non esser l’unico in una situazione di sofferenza, ti rende consapevole di essere sullo stesso piano.

SOFF: Perché ha deciso di inserire una specie di storia d’amore tra due protagonisti?
Io sono una di quelle che critica sempre gli editori e gli insegnanti che non consigliano libri d’amore. Penso che oltre a tutti i temi importantissimi che vengono citati sempre nei libri per ragazzi (bullismo, abuso, violenza), c’è la tendenza a mettere l’amore in un angolino. Le insegnanti dicono Ma non c’è nel programma e io rispondo Ma l’amore entra nella programmazione delle nostre vite. Se noi non sappiamo gestire il sentimento, la nostra vita sarà un po’ più arida. L’amore è il motore del mondo e delle nostre vite. L’amore condizionerà nel bene o nel male le nostre vite sempre, non solo ai giovani ma a tutti, a qualsiasi età. L’amore è ciò che muove la nostra energia. La speranza nel libro è data dal raggio di sole o dal cane che arriva col messaggio, ma anche dall’amore che ancora brucia dentro i personaggi. Raccontate i vostri sentimenti, perché sono un dono.

SERENABOOK: Ogni personaggio racconta, anche nel suo piccolo, quelle che sono le tappe della propria vita e come ha affrontato questo cambiamento. Fa parte della costruzione dei personaggi o le è venuto naturalmente finché scriveva?
Fa parte della costruzione dei personaggi. Per raccontare e creare la vita di un personaggio, io devo raccontare le sue passioni, chi era prima del grande disastro. Per questo ognuno, in qualche modo, racconta all’altro quali sono i passati sogni e desideri. I personaggi sono in una situazione drammatica di emergenza e il loro comportamento è diverso rispetto a quello che potrebbe essere in una situazione tranquilla di banale quotidianità. Quando Giovanni arriva, Isabella prova ostilità nei suoi confronti, all’inizio c’è paura a raccontarsi ma ci si può prendere cura degli altri solo se loro riescono a raccontarti di se stessi e si aprono con te.

REAL: Mi ha colpito il rapporto di Isabella con la religione: il suo sperare pur sentendosi tradita da Dio.
Questo è un tema che ho voluto affrontare, perché anche nelle scuole la religione ormai è insegnata come catechismo. Ma la religione dovrebbe essere insegnata come studio su come la stessa abbia regalato gioie e speranza, ma anche dolore e difficoltà. I dubbi che la fede ti pone sono fondamentali, altrimenti non sarebbe fede. Se non credi nel mio Dio, credi nell’uomo, ma in qualcosa bisogna credere. Nella scienza, in un dio, nella natura. Un appiglio al quale mi aggrappo quando l’acqua sale e che mi tiene a galla. Isabella si pone delle domande e le chiede a Don Pietro: perché succedono queste cose? Pietro non vuole giustificare, ma cerca di trovare delle risposte che potrebbero arrivare dalla sua fede. Bisognerebbe chiedere ai ragazzi In cosa credete? È importante riconoscere qual è quell’appiglio di ognuno.

WIKI: Per me, ha un significato particolare anche la morte di Pietro e le convinzioni di Isa sul fatto che se Dio esistesse li aiuterebbe, ma non lo ha fatto. Ci spiega un po’ più approfonditamente questa visione della religione? È la sua o solo quella del suo personaggio?
È un po’ una mia visione. Quando un autore scrive non deve entrare ad agire sui sentimenti dei personaggi, ma io volevo che Isabella arrivasse a raccontare questo punto di vista particolare: si deve credere in qualcosa. Isabella arriva all’esasperazione del: il tuo Dio dove sta ora? Pietro gli risponde che in qualcosa si dovrebbe credere. Io credo meno nella chiesa, ma credo in Dio. Ognuno ha una fede per qualcosa, non necessariamente per una religione. Ho una visione molto libera, ognuno di noi crede in quello che vuole, e ho provato a far raccontare a Isabella che, nel rispetto del credo di ognuno di noi, io devo trovare il mio.

MERI_NGA: Isabella crede che non possa esistere un Dio che ama ma che lascia causare tanto male. Lei cosa ne pensa?
La posizione di Isabella è la posizione carica di certezza che avete voi ragazzi a quest’età: tutto è bianco o nero. È la sintesi di alcuni modi che avete di arrivare a concludere certi argomenti. Isabella incarna quindi la vostra opinione, dall’altra parte Pietro tenta di spiegare cos’è la fede: chi crede, trasforma quello che di negativo gli succede in qualcosa che insegna. La religione è credere in qualcosa che è molto più grande di noi, che ci può aiutare, e che, nonostante possa apparire talvolta crudele, ha sempre un insegnamento dietro di sé. Chi ha fede percepisce il male come fosse insegnamento di questa fede. I ragazzi hanno questa forza di credere di scelte assolute, o è bene o è male. Invece no, c’è sempre una spiegazione per qualsiasi cosa. Avere fede in qualcosa è un gesto importante.

JO: Il finale è aperto all’immaginazione del lettore, nessuna certezza su ciò che accadrà alla famiglia bloccata dalla frana, nessuna certezza su ciò che accadrà ai personaggi principali, nessuna parola FINE, come è solito trovare nell’ultima pagina di un libro. Come mai questa scelta? Ci sono probabilità di una possibile parte 2?
Dirò all’editore che bisognerà scrivere il seguito! Il finale aperto è una scelta per lasciare il lettore a pensare ancora per un po’. Chiudere una storia mi sembrerebbe un po’ pretenzioso e presuntuoso. Io, autore, ti ho accompagnato in questo cammino, ma non voglio chiudertelo. Sarai tu, lettore, a decidere se chiuderlo o meno, se il ghiaccio si scioglierà e arriverà il sole. Il lettore diventa il protagonista e sceglie di continuare, modificare o chiudere il finale. Questa è la magia dei libri.

JO: Perché questo titolo? Credo che il titolo dovrebbe spiegare meglio il succo della storia.
I titoli vengono solitamente scelti dagli editori. Il titolo che avevo scelto era Nascosti tra le righe, ma me l’hanno bocciato subito. Però, in fondo, loro stanno all’interno perché fuori tutto è bianco e questo bianco li forza a raccontare, a convivere, ad aiutarsi. Tutto accade per il bianco. All’inizio era Nel bianco, ma io ho deciso di togliere il Nel per renderlo più pulito.
Jo aggiunge: avrei preferito Nascosti tra le righe, è più misterioso ma riassume tutta la storia.

COPERTINA: Si parla infine anche della copertina, che piace ed entusiasma tutti, ma anche qui c’è un’opinione ribelle da parte di Serenabook: Secondo me non le rende giustizia.
Inizialmente la pensavo anche io un po’ così. La copertina la sceglie l’editore e quando l’ho vista (io ho fatto un istituto d’arte, e ho lavorato in questo campo, amo disegnare, quindi sono sempre un po’ critica per le copertine), ho chiesto all’editore la motivazione di questa scelta pulita e minimal. La sua risposta è molto logica: il libro non ha una fascia di età ben stabilita, può essere letto anche da ragazzi più grandi, e una copertina illustrata e troppo colorata, come avrei voluto, avrebbe finito per confondersi con gli altri libri. Ho scoperto che questa copertina piace molto.

L’incontro finisce lasciando tutti emozionati e profondamente colpiti. Al termine, i ragazzi ci raccontano, in poche ma importanti parole, cosa si portano via da questa chiacchierata.

Federos: mi ha colpito il fatto che uno scrittore ci mette il cuore, una parte di sé nello scrivere un libro.
Real: la natura può dare ma può anche togliere.
Sery: dopo aver letto bianco non ho pensato ad altro nei giorni successivi. La mia parola è emozioni.
Serenabook: quando non c’è più nulla, bisogna trovare qualcosa a cui aggrapparsi.
Soff: la mia parola è punti di vista perché quest’incontro mi ha aperto a tante chiavi di lettura del libro.
Lullaby: voglia di godere dei piccoli momenti e apprezzare le cose che abbiamo.
Meri_nga: voglia di riflettere per i tanti stimoli soprattutto per quanto riguarda il rispetto per la terra, che non diventi come nel libro.
Marty05: passione e bianco.
Vic: speranza di poter tornare presto alla normalità.
Wiki: i libri non sono di chi li scrive ma di chi li legge.
Valentina: calore e freddo.
Paola: l’incontro mi ha lasciato queste parole domande di senso.
Giuliana: l’amore entra nella programmazione delle nostre vite.

Grazie a tutti, ripenserò molto a tutto ciò che mi avete chiesto e penserò al fatto che anche stasera ho imparato tanto!
Con questa riflessione Laura Bonalumi ci saluta chiudendo l’incontro e noi di Leggere Ribelle la ringraziamo per la sua storia, le sue parole e la sua energia vitale e positiva!

Valentina Ganassin

Parole in foto per raccontar l’adolescenza

Festival e dintorni

Quest’anno Leggere Ribelle ha partecipato al Festival Mare di Libri, che si è tenuto online nel mese di giugno. Tra i tanti progetti e iniziative che sono stati proposti c’era anche questo: cercare, tra i libri degli scaffali di casa, una frase che più di altre riuscisse a rappresentare l’adolescenza. Cos’è l’adolescenza? Come si esprime? Cosa rappresenta?

I nostri lettori ribelli hanno contribuito inviando citazioni dai loro libri preferiti e molte di queste sono state scelte per essere lette da Fabio De Luigi nella serata dedicata all’adolescenza. Alcuni contributi non sono stati scelti per le tante proposte, ma noi non abbiamo voluto sprecare la bellezza e la profondità di queste frasi e parole.

Quindi, ve le proponiamo qui, accompagnate da alcune foto, fatte dagli stessi lettori ribelli, che vogliono rappresentano le parole chiave di ogni frase.

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Ma mi ascolta mai? Le è mai venuto in mente che io non sono silenziosa?  Io sto zitta. Non c’è posto per il mio rumore.

Zag – Bianca, Bart Moeyaert

Non si ribellava mai perché non amava dare dispiaceri alla gente, semplicemente se ne andava quando era in disaccordo con qualcuno, vinceva la sua battaglia rinunciando a combattere. Manifestava così la bimba capricciosa che non era mai stata.

Soff – Non ho mai avuto la mia età, Antonio Dikele Distefano

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è soltanto la loro ombra
Che trema nel buio
Suscitando la rabbia dei passanti
La loro rabbia  il loro disprezzo  i loro risolini
la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono
per nessuno
Loro sono altrove ben più lontano della notte
Ben più in alto del sole
Nell’abbagliante splendore del loro primo

Amore

JulieJane – I ragazzi che si amano in Spectacle, Jacques Prévert

Condividiamo la nostra pazzia, le nostre nevrosi, il nostro piccolo pezzetto di deragliamento, vena distintiva della nostra famiglia. Lo condividiamo. E questa cosa somiglia tanto all’amore.

Marty05 – Mentre noi restiamo qui, Patrick Ness

E non c’è niente di peggio che non sapere e non sapendo non poter chiedere. Mi avevano trattato come fossi incapace di capire e così facendo avevano permesso che io trovassi risposte plausibili alle domande sbagliate e il fatto, ecco, è che tutto nella vita parte da quello: dalle domande.

Book Raider – Anime scalze, Fabio Geda

Ci infiliamo a letto con ancora addosso i vestiti della notte
precedente.
Provo a leggere,
ma le parole
vorticano
sulla pagina
incapaci di trovare un ancoraggio sicuro.
Allora decido di ascoltare un audiolibro
e appoggio la testa sulla
spalla di mia sorella che dorme.

Mary-Jo – I postumi della sbornia in One, Sarah Crossman

Il fatto è che, in un gruppo, tutti agiscono fondamentalmente allo stesso modo, è così che il gruppo si tiene insieme. Tutti? Chiese lei. Beh, quasi tutti, risposi. Per questo ci sono prigioni e manicomi, perché le cose continuino così.

Lullaby & Meri_nga – Stargirl, Jerry Spinelli

È durante l’adolescenza che comincia a formarsi attorno al nostro corpo un’invisibile corazza. Si forma durante l’adolescenza e continua a ispessirsi per tutta l’età adulta.

Sery – Va dove ti porta il cuore, Susanna Tamaro

Le cose importanti. Le cose importanti. Le cose importanti.  Comincio a sentirmi come se il pavimento stesse crollando tutto in una botta, ma al rallentatore, e io ho i piedi appesi al vuoto che cascano ogni secondo un po’ di più. Le cose importanti.

Marty05 – AFK, Alice Keller

Al risveglio sento ancora il sapore di anguria
lasciatomi dalla sua bocca.
Dopo che mi sono lavata i denti, l’aroma svanisce,
allora chiedo un chewing-gum a Jon
e per tutto il giorno
ho in bocca
il gusto del suo bacio.

Mary-Jo – Sapore d’anguria in One, Sarah Crossman

Quattordici anni è volere tutto e niente nello stesso momento.

Annie – Cose che nessuno sa, Alessandro D’Avenia

Io sono molto più furiosa di quanto le immagina. Con una sola differenza però: io non faccio quasi rumore.

Zag – Bianca, B. Moeyaert

Giac si voltò verso l’amico. “Cosa succede quando un sasso è fatto di carta? O la carta è di roccia e le forbici non tagliano?”

Lullaby & Meri_nga – La prima volta che ho baciato, Tommaso Percivale

“Tutto bene?” chiese suo padre con un buffetto affettuoso al ginocchio.
Aveva il dono di fare domande quando non c’era mai tempo per quello che avrebbe dovuto seguire un eventuale No. E infatti Lucy finiva sempre per rispondere che sì, andava tutto bene.

Soff – Le variazioni di Lucy, Sara Zarr

Leggere Ribelle incontra Beatrice Masini

Festival e dintorni
(articolo a cura di Valentina Ganassin e Elisa Fontana, fotografie di Stefano Santini)
Giovedì 6 febbraio, durante l’incontro del gruppo, i ragazzi di Leggere Ribelle hanno avuto l’onore e il piacere di incontrare Beatrice Masini: scrittrice, traduttrice ed editor (direttrice editoriale prima per Rizzoli, ora Bompiani).
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(Quanto riportato ed esposto sotto è tratto fedelmente dalla conversazione avvenuta il 6 febbraio 2020 tra Beatrice Masini e i ragazzi di LR considerando spontaneità ed estemporaneità un valore aggiunto).

Per prepararsi a questo grande giorno i giovani lettori ribelli hanno letto i suoi libri, discusso del suo lavoro, formulato domande e sono arrivati pronti ad ascoltare e interiorizzare ma non senza portare qualcosa di speciale anche loro. Durante l’incontro, i ragazzi hanno chiacchierato con l’autrice presentando spunti e osservazioni originali e interrogandosi sui particolari delle sue opere. I libri di cui si è parlato sono: Emma dell’Ermellino (suggerito addirittura da Bianca Pitzorno), Se è una bambina matita-di-legno-riga-nera-24650925, La trilogia delle ragazze (nello scaffale LR), Blu. Un’altra storia di Barbablù e il racconto Amore (tratto da Parole Fuori). Ma i ragazzi, nelle settimane precedenti, per avere una visione più ampia della bibliografia di Beatrice Masini, hanno letto anche Per amore delle parole. Vita e passioni di Virginia Woolf, Le amiche che vorresti e dove trovarle e Siate gentili con le mucche. Da questo attesissimo incontro sono scaturite storie, aneddoti, punti di vista, domande intelligenti e risposte profonde. Eccone alcune:

 

Maria Z. chiede: ne La trilogia delle ragazze ho notato che i tre racconti sono messi in ordine cronologico contrario rispetto a quando sono stati scritti, è stata una cosa voluta? Nel primo racconto si nota che lo stile è più complicato, mentre negli altri racconti è man mano più semplificato.

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Con Stefania Di Mella, editor Rizzoli, abbiamo voluto recuperare i miei due libri Giù la zip e L’estate gigante, che non erano più in vendita ma disponibili solo nelle biblioteche; poi abbiamo aggiunto il racconto lungo Bottoni, scritto molto dopo, per fare un trittico. Quindi i due libri sono stati recuperati e sono nuovamente disponibili insieme a un racconto che testimonia un altro modo di scrivere, variazioni sul tema e sui personaggi. Per quanto riguarda lo stile più complicato, il lettore deve essere sfidato da ciò che legge, deve trovare qualcosa che non si aspetta, anche una parola difficile, un’espressione curiosa, dei punti di vista che cambiano. Invece, lo scrittore ha il compito di dire qualcosa che gli altri non dicono, in un modo che gli altri non fanno.

Giulia chiede: ho notato che nella trilogia c’è una visione un po’ pessimistica dell’amore, è solo una mia impressione o è proprio il significato che ha voluto dare?

Nella trilogia ho voluto donare una visione esterna e lucida dell’amore. La protagonista di Bottoni non sa ancora cos’è l’amore, prende le misure, ma sa che è un terreno pericoloso. In generale, anche guardandoci intorno, vediamo che stare dentro un amore non sempre è facile, quindi a volte è normale che non funzioni. A controbilanciare c’è la coppia dei nonni che sono ancora insieme. In particolare, lui è molto paziente, talmente paziente da portarla a fare una vacanza nonostante lei si muova a fatica e faccia cose strane. Secondo me ci sono tante forme di affetto, di amore e di legame e io ho deciso di metterle in vetrina, ma non è che sia una mia visione del mondo, è lucidità.

Valentina chiede: sempre ricollegandosi al discorso dell’amore, sembra che nell’amore adolescenziale ci sia una mancanza di comunicazione. Anche nel racconto Amore, la sola parola ‘ciao’ è l’inizio e la fine di tutto, quindi nella sua visione dell’amore adolescenziale c’è proprio questa mancanza di comunicazione?

È un’analisi molto sottile, questa. In realtà io non ho delle visioni del mondo che tento di far passare attraverso le storie che racconto, semmai viceversa: sono le storie che racconto che fatalmente portano con sé delle sensazioni, delle impressioni. La visione del mondo che viene trattata è soprattutto quella dei miei personaggi. Chi scrive deve mantenere la distanza tra sé e quello che sta scrivendo… anche se stai scrivendo di materiali emotivamente importanti per te. Bisogna avere la consapevolezza IMG_5585che si sta raccontando una storia, non importa poi se, magari, gli elementi sono reali o emotivi, bisogna sempre avere uno sguardo da scrittore e stare a distanza. Sono i personaggi che si comportano in un certo modo e talvolta non è neanche detto che mi piaccia come si comportano, perché non si può sempre scrivere di personaggi che ci piacciono o che vorremmo conoscere, anzi spesso è più interessante raccontare di qualcuno che ci sta antipatico!

Maria M. chiede: perché nel racconto e nella trilogia non parla della vita di tutti i giorni ma di piccole parentesi come vacanze o viaggi, di emozioni istantanee?

In realtà, credo sia bello essere sempre vigili e cogliere la parte interessante ed emozionante di ogni giorno. Succede di tutto in ogni momento. A me, forse, piace di più cercare queste situazioni un po’ strane, eccezionali che scatenano dentro di noi qualcosa di diverso.

Marta S. chiede: nel primo racconto della trilogia, perché due ragazzi dovrebbero innamorarsi senza dirsi niente?

Perché a volte succede. Non credo che ogni intesa passi attraverso tante parole. Ci sono vari aspetti dei legami con le persone che non hanno a che fare con la comunicazione verbale, come gli sguardi, la pelle, il calore. Qui non volevo raccontare una storia adolescenziale tipica in cui magari si è compagni da sempre e poi si scopre che c’è qualcosa di più della semplice amicizia. Volevo raccontare, per certi versi, qualcosa di adulto.

Maria Z. fa un’osservazione: i racconti parlano di tre storie diverse ma a me è sembrato che ci fosse una tematica in comune, quella di vivere il momento.

Mi piace questa osservazione, perché è una cosa in cui credo molto ma non so se sono stata in grado di realizzare. Non bisogna pensare sempre alle grandi prospettive, c’è anche il presente. Bisogna guardarsi intorno ed essere concentrati nel fare tutto quello che si deve fare.

Sofia St. chiede: Se è una bambina è il libro che mi è piaciuto di più tra i suoi che ho letto. È stato bello pensare che la bambina e la madre, nonostante non si potessero vedere direttamente, sentissero di poterci essere l’una per l’altra. Nella lettura mi sono immedesimata di più nella figura della bambina, lei in che figura si è immedesimata di più?

Sicuramente anche io in quella della bambina. Questo libro parte da storie di famiglia. Mia mamma è stata mandata in collegio dopo aver perso i suoi genitori. Quando io e mio fratello eravamo piccoli ogni tanto ci raccontava di questo suo pezzo di vita, delle bombe, delle difficoltà, anche se in collegio era comunque circondata da affetti, poiché era stato fatto apposta per i bambini orfani a causa della guerra. Era stato abbastanza duro per una bambina cambiare vita da un IMG_5577giorno all’altro. A un certo punto, all’improvviso, ha smesso di raccontare. Non so bene perché un giorno ho cominciato a scrivere Se è una bambina, senza punteggiatura, perché volevo esprimere questi pensieri incontrollati attribuibili a un bambino. Poi è sbucata anche la voce della madre, anche per dare una sorta di respiro al lettore dal flusso di coscienza. Questo è forse il libro più personale che ho scritto, anche se prima ho detto che uno scrittore deve mantenersi distaccato. Evidentemente fin da piccola ho provato a immedesimarmi, chiedendomi che cosa avrei provato se fossi stata nella stessa situazione di mia madre; che è il passo dello scrittore per cominciare a scrivere: entrare nella voce di un’altra persona e darle carne.

Giuliana chiede: la scelta del flusso di coscienza è stata accolta bene dall’editore?

All’editore piaceva l’idea, però forse Se è una bambina non è un libro per bambini ma per adulti e l’editore non ha messo a fuoco questo punto di vista. Quindi l’ha pubblicato quasi provocatoriamente riconoscendo una sorta di innovazione e originalità rispetto ad altre scritture.

Anna interviene: ho un’osservazione, più che una domanda. Mi ha incuriosito molto com’è vista la morte in Se è una bambina, infatti la madre, che muore, si trova appesa in un armadio e in qualche modo deve cercare di slegarsi dalla sua vita precedente. Ho notato che lei deve fare i conti anche con alcuni rimpianti della sua vita: il fatto di essersi circondata di persone con cui si trovava bene ma non del tutto, avrebbe potuto fare delle scelte migliori. Come ha fatto a staccarsi da questi rimpianti e in qualche modo ad andare avanti?

Cercando di figurarsi come potesse essere perdere la mamma, mi sono chiesta che amarezza debba provare un adulto che non c’è più e lascia un lavoro fatto a metà, dovendo lasciare qualcuno a lui caro alle cure di qualcun altro. Per questo sono entrata nella testa della mamma, anche facendomi io stessa delle domande come madre, talvolta. Volevo assumere tutti e due i punti di vista, che è stata una sfida, perché non sai mai dove arrivi. Tante volte nel processo di scrittura cominci ma non sai a che punto arriverai: lo stile cambia, la storia cambia, i personaggi cambiano, e devi assecondarli, più che guidarli, perché tante volte devi stare a un passo tutto loro.

Maria M. chiede: riguardo allo stile della scrittura, la mancanza di punteggiatura è stata adottata per il flusso di pensieri o per costringere il lettore a rimanere attento?

È per seguire i pensieri della bambina, o meglio il disordine dei suoi pensieri. Che poi obblighi il lettore a stare molto attento è vero, se poi si tratta di un ragazzino ed è la prima volta che si trova davanti a una pagina di questo tipo, può succedere qualcosa di nuovo.

Sempre Maria M.  fa un’osservazione: nel suo primo libro, Emma dell’ermellino, la bambina parla alla madre morta attraverso una fotografia e le parole che la bambina usava sono molto simili a come parla la bambina in Se è una bambina ma con delle differenze rispetto a come sono esposte.

Non ci avevo mai fatto caso, ma è vero e appartengono alla stessa zona temporale.

Valentina chiede: come vede la figura femminile nei suoi romanzi dato che di fatto IMG_5576 (3)le protagoniste sono tutte donne?

Non sono tutte donne, qualche personaggio maschile c’è. Però effettivamente ci sono tante donne e spero che siano tutte diverse, che siano indipendenti, che sbaglino ma siano capaci poi di rimettersi in piedi. In media sono delle protagoniste molto sensibili, che soffrono molto, ma la sensibilità è la chiave per uno sguardo sulla realtà molto più attento agli altri, a se stessi, ai danni e alle riparazioni che si possono fare. Non è un caso che in realtà molte siano esistite veramente: a me piacciono le riscritture, come quella su Virginia Woolf, Saffo, Emily Dickinson. Sono una sorta di patrimonio comune che possiamo raccontare in modo diverso dando loro un’anima diversa.

Anna chiede: la fiaba “Blu” mi è piaciuta tantissimo. Avevo già letto questa fiaba quand’ero piccola ma non mi ero mai immaginata un finale diverso. Alla fine, la decisione che lei ha fatto prendere alla protagonista è coraggiosa perché Barbablù avrebbe potuto uccidere di nuovo, quindi volevo sapere cosa fosse scattato quando lei ha letto il racconto e il finale.

Non avrei mai fatto una riscrittura con le coordinate della fiaba originale. Nella versione dei Grimm lei rischia moltissimo e viene salvata in extremis perché arrivano i suoi fratelli, ma comunque lei è passiva per tutta la storia, anzi sembra quasi che la colpa sia sua. È una fiaba tremenda anche per gli standard dei fratelli Grimm. Nella mia versione ho voluto darle un carattere e una personalità; oltre che dare un nome e un passato a tutte le mogli, che nella storia originale rimangono fantasmi anonimi.

Sara chiede: com’è tradurre un autore così importante e famoso come Aidan Chambers e cosa si prova a sapere che vuole essere tradotto solo da lei?

Quando nel testo di partenza c’è una voce molto forte e caratteristica viene meglio anche la scrittura. A un certo punto arriva in casa editrice una copia in lingua di Cartoline dalla terra di nessuno, anche se noi non eravamo l’Editore di Aidan Chambers, questo perché l’Editore precedente non voleva andare avanti a pubblicare i libri di Chambers. Allora, non solo abbiamo pubblicato quello ma abbiamo anche ripreso gli altri libri di Chambers. È bello che per un singolo autore ci sia una sola voce a tradurre, anche perché così l’autore comunica sempre con la stessa persona.

Sofia St. chiede: come direttrice editoriale ci sono certe tematiche che preferisce non pubblicare?

Tendenzialmente no. Preferisco pubblicare dei libri che non seguono dei filoni, ad esempio una tematica che “va di moda” leggere adesso, automaticamente non mi interessa, perché preferisco andare a cercare qualcosa che non c’è ancora. Al momento mi occupo di una casa editrice letteraria, quindi molte cose medio-basse le scartiamo in partenza perché non vanno bene per il marchio. Invece, per quanto riguarda la letteratura per ragazzi, dipende non tanto dal tema ma nel modo in cui viene trattato.

Tutto il gruppo infine chiede: che libro ci consiglia da inserire nello scaffale Leggere Ribelle?

L’autore è Kevin Brooks, parliamo del suo primo romanzo, Martyn Pig (2002). Si tratta del nome e cognome del protagonista. La mamma è andata via di casa perché c’è questo padre orrendo, alcolista, violento, e lui a 14 anni cerca di sopravvivere a questa situazione. È un ragazzo molto consapevole di essere schiacciato dal padre. Avviene una rissa in casa a causa di una somma di denaro e il padre muore per un incidente. Martyn entra in crisi, perché non sa cosa fare del corpo, né della somma di denaro. La soluzione più semplice è prendersi i soldi e scappare, ma è quella giusta?

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Poi è Beatrice Masini a chiedere ai ragazzi cosa si aspettano da un libro per adolescenti… ma la risposta che i lettori ribelli hanno dato non la riportiamo qui, perché avrà ampio spazio in un altro articolo speciale!

L’incontro finisce. C’è silenzio e poi l’applauso. I lettori ribelli hanno ascoltato attentamente e assorbito il più possibile. Vogliono trarre il massimo da ciò che hanno appena sperimento. Dialogare e discutere con una grande direttrice editoriale e autrice italiana che ha donato il suo tempo per parlare con loro e raccontare la sua esperienza, come scrittrice ma anche come traduttrice ed editor.

I ragazzi di Leggere Ribelle ringraziano di cuore Beatrice Masini per quest’opportunità e tornano a casa arricchiti di parole, storie ed emozioni.

Elisa Fontana & Valentina Ganassin

parziale tondo

Bianca

Festival e dintorni, Perché consiglieresti questo libro a un amico o a un'amica?
“Io sto zitta. Non c’è spazio per il mio rumore”

Bianca è il titolo di un breve libro, di soli 60 capitoli, che con poche parole e molti silenzi riesce a raccontarci una storia unica.

Questa storia è raccontata da Bart Moeyaert, scrittore belga nato a Bruges, nel 1964. Ha scritto il primo libro all’età di 19 anni e, da allora, la sua penna non si è più fermata. Si è specializzato nella letteratura per ragazzi, ma ha scritto anche libri per adulti. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, compreso l’Astrid Lindgren Memorial Award alla carriera nel 2019.

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Dopo averlo incontrato a Milano, abbiamo letto il suo libro Bianca, che racconta una storia semplice ma dal significato profondo. La protagonista è una ragazzina di 13 anni che sta affrontando la separazione dei genitori e vive con la madre e il fratellino affetto da una patologia al cuore. Proprio per questo motivo, tutte le attenzioni sono rivolte verso di lui e Bianca non si sente capita. Ad aiutarla è il suo rifugio segreto dove disegna per ore, riuscendo a non pensare a ciò che la fa stare male. Un pomeriggio, però, le cose cambiano e la visita di una persona speciale la fa ravvedere e riflettere sul significato della parola scusa. Concetto, al giorno d’oggi, privato del suo valore e usato a sproposito.

L’intero libro è un viaggio introspettivo nella mente della protagonista e più in generale dentro quella di un qualsiasi adolescente, perché in fondo tutti almeno una volta ci siamo trovati ad affrontare un problema da soli. La soluzione è dentro di noi e, anche se è ben nascosta, c’è sempre qualcuno pronto ad aiutarci a portarla allo scoperto.

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Bianca viene definita intrattabile finché persino lei si convince di esserlo. La ragazzina si sente l’inizio, la causa e il problema; ma in realtà anche non provare a capire qualcuno è un modo di trattare una persona. Sua madre, infatti, non riesce a vederla per come è, allontanata dalla scontrosità e dalla riservatezza. Spesso Bianca si domanda: “Cosa ci faccio qui? Niente ha un senso”. È come un pittore che non riesce a trovare la tela giusta per dipingere e quindi la lascia semplicemente vuota.

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Di questo libro abbiamo apprezzato non solo la trama, ma anche la scrittura di Bart Moeyaert: precisa, chirurgica. Le parole sono dirette come la punta di un dardo e potenti come un nugolo di frecce. Nel libro i silenzi sono importanti quanto le parole, resi da spazi bianchi che permettono ai lettori di respirare e riflettere. L’autore li inserisce come forma di rispetto e fiducia verso chi legge. Durante la lettura ognuno acquista il ritmo del libro, ne segue il respiro. Il lettore viene coinvolto nonostante non ci siano particolari colpi di scena, ma semplicemente il racconto di un normale pomeriggio estivo di una ragazzina.

Ma forse la magia che Moeyaert è riuscito a creare è proprio questa: parlare della quotidianità rendendola straordinaria.

Articolo di Soff, Lullaby, Zag e JulieJane
(A cura di _Valeredazione)

parziale tondo

 

Lettori Ribelli protagonisti del Read On

Festival e dintorni
IL NOSTRO SECONDO ANNO AL FESTIVALETTERATURA DI MANTOVA
(articolo a cura di Elisa Fontana)

Secondo voi ci saremmo accontentati di andare al Festivaletteratura solo un anno? Assolutamente no! Come l’anno scorso, la tappa a Mantova è stata d’obbligo. Proprio nel giorno dedicato alla letteratura per adolescenti, undici Lettori Ribelli hanno affrontato ritardi del treno e tanta pioggia per poter partecipare agli incontri con gli autori del Festivaletteratura. Guidati dalla scrittrice Giuliana Facchini, dall’educatrice del comune di Bussolengo Paola Zermian e dalla bibliotecaria Milena Zecchinelli, i Lettori Ribelli hanno passato la giornata del 6 settembre tra una stazione e l’altra del Festival.

Durante la mattinata hanno assistito all’incontro con Michela Murgia sul suo nuovo libro Noi siamo tempesta, edito da Salani, in collaborazione con il fumettista Paolo Bacilieri. L’autrice, durante l’incontro, ha raccontato le diverse storie, sedici in tutto, in cui viene ribadito il fatto che sia meglio lavorare tutti insieme piuttosto che da soli. Ha affermato di aver voluto scrivere un libro rivolgendosi a un pubblico più giovane ma con l’intento di mostrare come non sia necessario essere eroi per apportare un cambiamento nel mondo, ma come invece lo sia creare una collettività, un insieme di persone animate dallo stesso ideale e dallo stesso desiderio di cambiamento. In questo libro si trova quindi l’importanza del gruppo, della cooperazione. I nostri Lettori Ribelli sono stati ammaliati dalle parole dell’autrice e si sono accaparrati un meritatissimo autografo alla fine della presentazione del libro.

Un altro incontro è stato quello con la scrittrice svedese Frida Nilsson, che ha illustrato il suo libro per ragazzi La spada di legno, edito da Feltrinelli. L’autrice ha presentato il libro come un vero e proprio viaggio nel regno della morte che il piccolo protagonista intraprende nel tentativo di salvare sua madre. Nel libro è presente una critica a tutti quei genitori che hanno già pensato a un ruolo designato per il futuro dei loro figli e a tutti coloro che vogliono plasmare i bambini secondo i loro criteri e avviarli prematuramente all’età adulta. Secondo l’autrice ogni bambino ha il diritto di giocare, di essere un bambino, almeno finché può permetterselo.

Nel pomeriggio, i Lettori Ribelli si sono trovati insieme agli altri gruppi di lettura 13-17 per partecipare insieme al progetto dell’Anthology!2019, promosso da Read On. Read On sta per Reading for Enjoyment, Achievement and Development of yOuNg people, ed è un progetto supportato dal programma comunitario Creative Europe che punta a sostenere e diffondere la passione per la lettura tra i giovani. L’Anthology, invece, è una raccolta di opere (racconti e/o poesie) “ideali” per un’antologia vera e propria creata per studenti-lettori tra i 14 e i 19 anni. In modo particolare, per questa edizione dell’Anthology, le nostre Lettrici Ribelli JulieJane e Soff sono state parte integrante della redazione, leggendo tutte le opere che concorrevano per ottenere un posto nell’Anthology!2019. Il tema di quest’anno era l’amore, e proprio dell’amore si è discusso insieme agli altri lettori-redattori, moderati e, talvolta, incalzati dalla lettrice Simonetta Bitasi, dall’autore Alberto Manguel, dalla scrittrice ed editor Chiara Valerio e dalla collaboratrice del progetto Read On stesso Alice Torreggiani. Per le nostre due Lettrici Ribelli è stato un onore poter partecipare attivamente a un progetto europeo, anche grazie al supporto di altri Lettori Ribelli che le hanno aiutate a scegliere gli scritti migliori.

Infine, la giornata si è conclusa con l’incontro con la scrittrice danese Janne Teller che ha presentato il suo libro È la mia storia, edito da Feltrinelli. L’autrice spiega che tutto il suo libro è ambientato nella “stanza del potere” di un editore che si trova tra le mani un best-seller ancora da pubblicare. A un certo punto la quiete dell’editore viene meno perché nel suo ufficio piomba all’improvviso una donna che sostiene che la storia raccontata all’interno del libro è in realtà la sua storia e non vuole che si sappia in giro. La trama parla di una violenza subita in Africa, quindi l’editore deve scegliere se ottenere degli incassi certi o credere alla donna e adempiere la sua richiesta. È qui che l’autrice vuol far porre una domanda al lettore: quanto le decisioni del singolo influenzano gli altri? Il libro che l’editore ha tra le mani è la sua opportunità per mettersi in discussione. L’incontro ha suscitato numerose curiosità nei Lettori Ribelli, tanto che alcuni hanno deciso di approfondire le idee dell’autrice comprando e facendosi autografare il libro Niente (nonostante fossero stati avvisati degli scandali che quel libro aveva provocato negli anni passati).

Stanchi ma felici, dopo l’incontro con Janne Teller, i Lettori Ribelli sono tornati nella loro patria Bussolengo, ripensando in treno alla giornata appena vissuta, tra cultura, scrittura e lettura. È stata sicuramente un’esperienza importante per tutti, sia per i lettori che per gli accompagnatori. È sempre un piacere poter accompagnare dei ragazzi ad eventi del genere, dove la lettura e i suoi insegnamenti sono i padroni indiscussi.

Elisa Fontana

In cammino, A un passo con le stelle, con la scrittrice Daniela Palumbo

Festival e dintorni

Lettura e intervista dei ragazzi di Leggere Ribelle

(articolo a cura di Valentina Ganassin, fotografie di Stefano Santini)
Incontro Palumbo sfocato
Sedici giorni, tredici lettere, dieci pellegrini, un cammino. Sono questi gli ingredienti che rendono A un passo dalle stelle, di Daniela Palumbo, un libro di amicizia, di famiglia, di cambiamento e di rinascita.

“Questo libro mi ha fatto sentire in viaggio. Mi sembrava di camminare insieme a Giorgia. Il viaggio è descritto in maniera molto realistica, mi sono sentito parte di esso, per questo mi ha preso molto, mi ha arricchito” ha raccontato Alessandro durante uno dei nostri incontri di Leggere Ribelle. “Mi è entrato talmente tanto che non lo rileggerei più, l’ho interiorizzato completamente”

Nel nostro incontro dedicato alla scrittrice Daniela Palumbo e al suo libro, i lettori ribelli hanno dibattuto, commentato, raccontato cos’hanno provato durante la lettura, cosa è rimasto dentro dopo aver girato l’ultima pagina, cosa loro avrebbero cambiato per non dover mai uscire dalla magia di A un passo dalle stelle. I nostri lettori ribelli sono rimasti affascinati da Giorgia, Viola, Matteo, Giacomo e Gus, tanto che si sono sentiti coinvolti nel cammino a fianco dei pellegrini della storia.  Tutti i ragazzi hanno trovato la scrittura molto scorrevole, piacevole e adatta a una lettura giovanile; inoltre, Anna L. in particolare, ha apprezzato come la scrittrice sia riuscita a riportare il punto di vista di tutti i ragazzi protagonisti del romanzo, la coralità della storia. Laura, poi, ha raccontato la sua scena preferita: “La scena migliore è quando Matteo regala la rosa bianca a Giorgia. Mi è piaciuta tanto perché nel libro non viene presentata come scena principale, ma è una scena lì nell’angolo. Qui si vede come Giorgia stia cambiando, il cammino la trasforma”.

La discussione poi si è spostata sul filo trainante del libro: Alessio e le sue lettere. Le lettere che Giorgia trova nei libri hanno fatto innamorare i nostri lettori ribelli, anche se il finale ha spezzato qualche cuore.

“È bella la cosa delle parole di Alessio. Però lui mi è piaciuto di più mentre leggevo le sue lettere, perché potevo immaginarlo come volevo” ha detto Sofia Si., così come la pensa Marta S.: “All’inizio avevo immaginato Alessio come un ragazzo grande e forte, ma andando avanti con la lettura delle lettere ho capito che era diverso da come credevo io, questo mi è dispiaciuto un po’”. Anche Sofia St. è della stessa opinione: “Alla fine, Giorgia e Alessio si incontrano anche se non credo avrebbero dovuto. Mi sarebbe piaciuto che l’identità di Alessio fosse rimasta segreta; ma in fondo il ragazzo ha avuto una vita difficile, è più maturo della sua età, per questo tendiamo a idealizzarlo come personaggio”. Infine Valentina racconta ciò che secondo lei è il fulcro della storia, distogliendosi dalla discussione sul finale: “A un passo dalle stelle è un libro introspettivo che fa riflettere. Così come il cammino per Giorgia e i ragazzi, le lettere di Alessio sono in realtà più per sé stesso che per gli altri, un modo per redimersi e rinascere”. Anna M. ha aggiunto: “Le lettere mandavano avanti la mia lettura e, anche se scoprire chi Alessio fosse e come fosse fatto, ha spezzato un po’ la magia, ho capito una cosa: la storia si incentrava di più sui giovani pellegrini che in quel momento camminavano, tutti con un bagaglio di problemi che si alleggeriva ad ogni passo del cammino. Questo percorso ha portato i viaggiatori a capire quali sono le cose veramente importanti.” Vorrei quindi concludere la discussione dei ragazzi con ciò che ha condiviso Giulia, una frase potente che riassume tutto il significato del libro: “Probabilmente quando si è attirati dal cammino è perché in quel momento è quello che ci serve”.

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Durante l’incontro i lettori ribelli hanno poi telefonato a Daniela Palumbo per salutarla e farle delle domande in diretta sulla storia e la scrittrice ha risposto con entusiasmo. Di seguito le risposte che Daniela ha dato alle domande dei lettori ribelli.

Perché ha scelto di narrare di un cammino? E perché proprio quello della Francigena?
Ho iniziato a camminare 5 anni fa, e con cammino intendo quelli strutturati con zaino in spalla che durano giorni. Mi sembrò subito un’esperienza da condividere. Camminare ti mette in contatto con la parte profonda, e a volte nascosta, di noi stessi. Il cammino dissotterra, come dico nel libro, rimette in gioco le cose che pensavamo dimenticate, sepolte, e le cose belle anche. È come se il silenzio a cui ci abituiamo in cammino aprisse un varco nelle zone di noi che non frequentiamo più, ma che ci fanno essere ciò che siamo, in fondo. È una esperienza intensa, che porta con sé la fatica e l’ignoto (per quanto con la tecnologia sempre meno ignoto…), ma anche l’attesa di ciò che ci aspetta a fine tappa! Quando una esperienza così totalizzante (non pensate al trekking, è altro) mi tocca corde profonde, penso sempre a scriverne: io scrivo di quello che mi interroga, o di quello che mi cambia. È venuto spontaneo condividerlo nell’unico modo che conosco. Perché la francigena? Perché quando ho voluto iniziare a scrivere storie in cammino era quella che conoscevo meglio. E lì avevo fatto gli incontri più belli.

Molte lettrici ribelli avrebbero preferito che l’identità di Alessio fosse rimasta ignota e segreta. Perché ha deciso di farli incontrare alla fine?
Non ci avevo mai pensato a farlo restare segreto! Forse i ragazzi hanno ragione, sarebbe stato bello lasciare il mistero? Onestamente, non lo so, ma questo mi fa pensare! A dire la verità, mi sentivo così coinvolta che avevo una voglia matta di raccontare Alessio! È il personaggio a cui sono più legata dentro quel libro, dopo Giacomo… però mi chiedo, perché avrebbero preferito il mistero?

I ragazzi hanno apprezzato di più la copertina arancio, quella con la ragazza con lo zaino sulle spalle che sta seduta su una recinzione, perché rispecchia di più il libro e non è incentrata solo su Giorgia, come invece lo è l’altra. Lei quale ha preferito?
Anche a me è piaciuta quella del tramonto, quella dove la ragazza è di spalle. La seconda per intenderci.

img_8170.jpgLa storia delle lettere ha appassionato molto i ragazzi. Perché ha deciso questo tipo di narrazione, attraverso le lettere?
Perché le amo moltissimo. Credo che sia un modo di comunicare che ci dà (dava?) modo di dire tanto di più di noi. La scrittura della lettera è un gesto di fiducia verso un altro. Chi scrive affida qualcosa di sé stesso all’altro, e nello stesso tempo è un modo per guardarsi dentro, come Alessio. Una lettera è come un segreto che resta fra due persone. C’è una intenzione di tradurre a un altro la nostra vita, per questo la lettera è speciale. È come se restasse per sempre fra due persone a sigillare un pezzo di strada percorsa insieme.  In questo libro c’era un doppio binario narrativo: il racconto del cammino con la comunità di viandanti, allegra, chiassosa e piena di sfumature diverse, dall’allegria alla tristezza; ma è un punto di vista corale, comunitario. E poi le lettere: personali, intime, segrete. Le lettere sono un gesto antico (come il cammino e il pellegrinaggio), attraverso cui il lettore entra in contatto personale e profondo con i pensieri di Alessio, ma anche per riflesso con quelli di Giorgia. Fra l’altro, è bene dirlo, la storia di Alessio è invenzione fino a un certo punto, ci sono associazioni che fanno percorsi di cammino con i ragazzi che sono in regime penale di messa alla prova. Dunque il cammino diventa un luogo interiore dove l’introspezione è più facile!

I ragazzi sono rimasti colpiti dal fatto che tutti i protagonisti avessero problemi più o meno gravi con i genitori, come mai ha deciso di riportare quei problemi particolari?
Beh questo non lo so, non ci ho pensato, in effetti. Ovvero, mi sono lasciata guidare da un pensiero più spontaneo, ho pensato ai personaggi, alle loro caratteristiche, e Giacomo e gli altri sono emersi in modo spontaneo. Considerate però il mio punto di vista sul cammino, forse è questo il nodo. Per me è “dissotterrante” come detto, e guarda caso alcuni dei personaggi (non tutti però, Giacomo e Matteo ad esempio!) traggono beneficio dal dissotterrare le loro emozioni. Io che sono una che ha sotterrato e nascosto le emozioni per molto tempo; so com’è bello farle emergere, regalarle a un amico, farle diventare specchio di un’amicizia. E quando fanno male, so com’è sano condividerle con chi sa comprendere e ascoltare. Non è un atteggiamento che ritrovo solo con chi è adolescente, tanti adulti non hanno imparato a convivere emozioni e sentimenti che non riconoscono dentro di sé, e da grandi si fa ancora più fatica a far tornare i conti! Inoltre credo che la crescita personale passa attraverso dei nodi che si sciolgono (durante il cammino), in particolare i ragazzi hanno nodi da risolvere con in genitori. Ognuno ha dei problemi da scavalcare ed è come decide di scavalcarli che conta.

Sappiamo che nella vita lei è sia scrittrice che giornalista: quale dei due mestieri le piace di più? Che interazione c’è fra i due? Un lavoro aiuta e serve all’altro?
Mi piace più scrivere romanzi perché facendo la giornalista devi raccontare la cronaca. Mi sono avvicinata alla scrittura di narrativa proprio per sentirmi libera. Nel romanzo non devi veicolare informazioni, notizie, cronaca. Sicuramente sono professioni che interagiscono. Il mio lavoro di giornalista mi fa incontrare persone e storie che spesso incontro, anche inconsapevolmente, dentro i romanzi. Alessio per esempio ha fatto capolino dentro una notizia di un’associazione che ho raccontato nel giornale… Il romanzo però è un’altra cosa dal giornalismo. In quest’ultimo racconti mettendoti in piedi su un tavolo, vedi le cose dall’alto. Racconti quello che sembra la realtà. Non ti chiedi molto, sei in alto e scrivi ciò che vedi. Sei coinvolto, certo, ma non accade a te. Quando scrivi un romanzo, tu sei in mezzo. Diventi ogni personaggio, positivo e negativo, protagonista o minore, con loro cambi voce e passo, ma sei ciò che scrivi, non ti senti mai un osservatore, come in un pezzo per il giornale: nel romanzo che scrivi sei sempre il protagonista, e l’incantesimo accade per ogni personaggio. La sensazione è di essere tu stesso la storia che scrivi.

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Ringraziamo Daniela Palumbo per i suoi romanzi e per essere stata con noi!

Valentina Ganassin

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Leggere Ribelle incontra Bianca Pitzorno

Festival e dintorni

Ieri, 18 maggio 2019, all’Auditorium di Negrar di Valpolicella, i nostri lettori ribelli hanno avuto l’occasione di conoscere personalmente la scrittrice Bianca Pitzorno!

Importante autrice italiana per l’infanzia, i suoi libri hanno ispirato bambine e bambini, ragazzi e ragazzi, ma anche adulti! I suoi romanzi sono stati tradotti in moltissime lingue e le sue parole hanno raggiunto tantissimi cuori.

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Durante l’incontro la scrittrice ha raccontato aneddoti, storie del passato e del presente… i ragazzi sono rimasti ad ascoltare della grande passione ed esperienza di Bianca Pitzorno e sono rimasti ammaliati dal suo ultimo libro Il sogno della macchina da cucire.

Un’altra giornata carica di emozioni per i nostri ribelli, felici di aver portato a casa un autografo sul loro libro.

Valentina Ganassin

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Un ringraziamento speciale va al nostro fotografo che ci regala questi scatti: Stefano Santini.

 

Undici ragazze in fila

Festival e dintorni
LA MAGIA DEL FESTIVALETTERATURA
(articolo a cura di Valentina Ganassin)

Undici giovani ragazze, trepidanti ed entusiaste, aspettano in fila.  Ogni tanto sbirciano per vedere fra quanto, finalmente, arriverà il loro turno. Attendono tutte un autografo, ma non dal loro idolo, da un attore o un cantante famoso. Vogliono conoscere lui: Aidan Chambers, arzillo e brillante ottantatreenne con un’eleganza squisitamente inglese e lo sguardo divertito.  Questo e altro è accaduto al magico Festivaletteratura di Mantova 2018: un luogo di ritrovo per lettrici e lettori che vogliono incontrare scrittori, che vogliono parlare di storie e di libri, che vogliono stare in un ambiente dove possano sentirsi liberi di poter IMG-20180907-WA0054esprimere totalmente la loro passione.

“Potrà sembrare strano, ma io mi sono davvero emozionata, come se stessi assistendo a un concerto, ma al posto del cantante c’era un vecchietto” ci dice Anna M., una delle ragazze di LEGGERE RIBELLE, il gruppo di lettura appena nato ma già pronto a lanciarsi nelle avventure del Festival. Continua Anna: “Per un’appassionata lettrice come me è stato fantastico venire direttamente a conoscenza di queste realtà: stare a contatto con scrittori importanti, avere la possibilità di parlare con loro e vedere con i miei occhi quello che un giorno noi, piccolo gruppo di lettura, potremmo diventare”.

LEGGERE RIBELLE (LR) è il gruppo di lettura nato a Bussolengo dalla passione e l’impegno della scrittrice Giuliana Facchini, dall’entusiasmo e l’organizzazione dell’educatrice Paola Zermian e dalla perseveranza, il sostegno e l’accoglienza della bibliotecaria Milena Zecchinelli. Insieme alle redattrici Valentina, Sara e Elisa, tre giovani donne accumunate dall’amore per i libri e la scrittura, nel marzo 2018 è ufficialmente iniziata l’avventura di questo gruppo di lettura composto da ragazze e ragazzi pieni di voglia di parlare di storie.

La prima esperienza al Festivaletteratura, il 7 settembre, giorno dedicato ai gruppi di 41390220_2150142315028849_1503490200028839936_nlettura, è stato un successo, come ci racconta Sara: “Non sapevo del gruppo di lettura e quando me ne hanno accennato, non ero molto convinta di volerci andare. Quel giorno (a Mantova) mi sono piaciuti moltissimo gli incontri con gli autori e mi sono subito appassionata al gruppo. Quell’esperienza, passata insieme ad altre ragazze che condividono questa passione, mi ha reso molto felice e curiosa di continuare quest’avventura”.

Sofia S., invece, descrive in pochissime ma centrate parole cos’è stato per tutti noi il Festival: “Un’esperienza indimenticabile, dove la passione per la lettura si concretizza grazie alla possibilità di conoscere coloro che scrivono le storie per noi”. Mentre Chiara, in maniera ancora più concisa, ma molto potente, definisce il Festival come “un incendio di parole in cui affogare. “In senso positivo, ovviamente”, aggiunge poi ridendo.

IMG-20180907-WA0010Il Festival della letteratura può essere paragonato ad una Hollywood in piccolo della scrittura e dei libri. Camminando per Mantova, il IMG-20180907-WA0008gruppo LR ha infatti avuto la possibilità di incontrare gli scrittori che girovagavano per la città, di fermarli e chiedere un autografo, una foto o un saluto. Erano presenti Fabio Geda e Marco Magnone, scrittori di Berlin; Sara Zarr, autrice di Le variazioni di Lucy; l’immancabile Michela Murgia e infine il beniamino di LR, Mister Aidan Chambers, che si è trattenuto poi insieme al gruppo per una chiacchierata informale e una foto.

 

IMG-20180907-WA0050“Il festival di Mantova è stata un’esperienza unica che ci ha dato la possibilità di incontrare i nostri scrittori preferiti, coloro che ci hanno rapito il cuore e l’anima” commenta Giulia. “È quasi surreale incontrarli (gli scrittori) e allo stesso tempo hai anche paura che loro non siano all’altezza delle tue aspettative o che non assomiglino all’idea che ti sei fatto di quella persona che, con le sue parole, ti ha fatto evadere dalla tua vita monotona e ti ha trasmesso la parte più intima della sua anima”.

Anche Benedetta è rimasta affascinata dal Festival: “L’intero evento è stato straordinario, IMG-20180907-WA0047e se avessi l’arduo compito di scegliere la parte migliore, probabilmente sarebbe l’atmosfera che si percepiva. Camminare per Mantova e imbattersi negli scrittori che passeggiavano o giravano in bicicletta e magari riuscire a scambiare qualche parole, mi ha regalato una sensazione di casa e familiarità che mi è rimasta nel cuore”.

Le undici ragazze hanno avuto l’opportunità, con questa avventura librosa, di rafforzare la loro relazione di gruppo e di fare nuove amicizie parlando insieme di storie e mondi con una passione che non tutti riescono a comprendere. “Io a Mantova mi sono divertita moltissimo” ci riferisce Sofia Si. “Mi sono emozionata agli incontri con gli autori e mi è piaciuto stare in compagnia delle mie nuove compagne. Spero di rivivere nuovamente un’esperienza del genere per poter riprovare le stesse emozioni”. Sul treno del ritorno, c’è stato un cambiamento alquanto percepibile nell’atmosfera del gruppo. Se all’andata le ragazze sembravano timide e riservate, dopo la giornata passata insieme, sono diventate delle amiche allegre e spensierate. Giovani ragazze che chiacchierano tra loro della magia appena condivisa, dell’avventura appena vissuta.

E non si può concludere questo scritto sIMG-20180907-WA0014e non con le parole di una di queste ragazze, Anna L., che ricorda: “La giornata del Festival è stata meravigliosa. Innanzitutto ho avuto la possibilità di fare amicizia con nuove fantastiche ragazze, inoltre mi sono sentita, grazie alle varie interviste, molto vicina agli scrittori e mi sono accorta di quanti ragazzi e ragazze in tutta Italia sono appassionati alla lettura. Insomma… posso dire che la mia “prima volta” al Festivaletteratura è stata bellissima!”

Valentina Ganassin